Tonengo

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A mente di quanto sostenuto da don Pietro Solero (1) in un manoscritto redatto quasi un centinaio di anni fa sulla storia di Tonengo, il toponimo ha chiare origine longobarde. Questo tuttavia non è significativo ai fini della valutazione della sua antichità, in quanto deriva da Tonengo d’Asti, località da cui quasi sicuramente provenivano i primi coloni inviati nel 1625 dal conte di Verrua e marchese di Rondissone e Caluso Augusto Manfredi Scaglia, allo scopo di colonizzare la parte del feudo di Mazzè divenuta di sua pertinenza dopo la morte del padre.(2)
Se si è dello stesso avviso per quanto concerne l’origine del nome, le opinioni divergono quando il Solero attribuisce una continuità tra Tonengo e l’antico centro romano di san Pietro, databile al I - II secolo d.C., un tempo situato nelle vicinanze dell’ attuale cascina Gabriella. Borgo poi andato distrutto, probabilmente a causa delle incursioni ungare e saracene avvenute nel corso del IX e X secolo d.C.
Contrariamente a quanto recitato dalla tradizione non è documentabile che la chiesa di san Pietro sia mai stata una parrocchia. Con la pubblicazione del Liber Decimorum della diocesi di Ivrea relativo agli anni 1369 – 1370 e alla luce di quanto affermato da A. Bua sulla presenza a Rondissone di una cappella risalente al XIV secolo, l’ipotesi del Solero di attribuire la pievania di Rondissone alla chiesa di san Pietro e implicitamente a Mazzè risulta impraticabile.
E’ possibile che nel 1576, all’epoca della delimitazione dei confini tra il marchesato del Monferrato e il ducato di Savoia, operazione che implicitamente riguardava anche i termini tra i comuni di Mazzè, Rondissone e Caluso, che a san Pietro fosse risorto un piccolo abitato che aveva ripreso il nome medievale di quello antico. D’altronde in una lettera inviata nel 1338 dal principe di Acaja al suo luogotenente di Fossano durante una guerra contro i conti di Mazzè, recitante tutte le località attaccate dalle sue truppe, il principe non cita san Pietro, ed è quindi ovvio che all’epoca la borgata aveva cessato di esistere o era del tutto irrilevante.
Successivamente, è altresì probabile che il conte Scaglia abbia fatto installare in un primo tempo la sua gente proveniente da Tonengo d’Asti e da altri luoghi limitrofi al suo feudo di Verrua, a san Pietro per il semplice motivo che questa località era la più vicina a Rondissone. La data esatta dell’arrivo dei primi coloni monferrini dovrebbe dunque risalire al 1625, anno in cui il duca di Savoia Carlo Emanuele I, dopo la morte di Gherardo Scaglia, elevò la quota del feudo di Mazzè di pertinenza del figlio, il conte di Verrua e marchese di Rondissone e Caluso Augusto Manfredo Scaglia, da uno a due dodicesimi.
In quel periodo una colonizzazione fondiaria di così vaste proporzioni non costituiva un episodio isolato, e il gruppo di coloni, forse formato solamente da non più di tre o quattro famiglie, che il conte Scaglia inviò a stabilirsi a san Pietro non dimenticò mai il nome del paese di origine, tanto che i discendenti lo riproposero quando un secolo dopo migrarono gradualmente verso il sito dove ora sorge Tonengo. A riprova, nel 1631, dopo il trattato di Cherasco tra i francesi di Luigi XIII e il duca Vittorio Amedeo I di Savoia, una simile riqualificazione fondiaria non era affatto eccezionale, grazie al fatto che in tutto il basso Canavese si conobbe una maggior stabilità politica. Similmente gli Scaglia misero a coltura, sempre tramite coloni disposti a trasferirsi dai luoghi di origine, anche terre incolte a Rondissone e a Caluso.
Si potrebbe quindi affermare che l’effettiva nascita di Tonengo potrebbe collocarsi attorno all’anno 1729, quando re Vittorio Amedeo II, caduti gli Scaglia in disgrazia, dopo che il Senato di Torino aveva riconosciuto che erano stati estorti, riassegnò i feudi di Caluso e Rondissone ai Valperga Masino, proprietari precedenti . Questa evenienza, tornato similmente il feudo di Mazzè di completa proprietà dei Valperga Mazzè, potrebbe aver reso possibile la fondazione di Tonengo, localizzando il nuovo paese in un sito meno marginale di quello di san Pietro.
La tradizione recepita dal Solero parla di trenta famiglie originanti dai coloni installati dal conte Scaglia a san Pietro, che lasciarono la località ed andarono a fondare Tonengo, con la conseguenza che il centro abbandonato andò in rovina e ne rimase solo il ricordo. A conferma nella mappa redatta nel l’anno 1763 dal tenente Vallino ad uso dei lavaggi auriferi di Casale, il borgo di san Pietro non è più segnalato. D’altronde però nel catasto di re Carlo Amedeo III redatto una trentina di anni dopo, compare il nucleo già articolato di quello che può essere considerato il centro storico del nuovo paese. Da quanto risulta il nome Tonengo pare sia diventato di uso comune solo alla fine del XVIII secolo, e potrebbe essere stato usato in un primo tempo proprio dagli abitanti di Casale per indicare i nuovi venuti, divenendo poi di uso generale.
Nello specifico, come si può dedurre dai toponimi “gerbido”, “ronchi”, “moronera” e altri, Tonengo iniziò ad espandersi tramite cascine isolate intervallate da spazi più o meno liberi. La costruzione della Roggia di Mazzè, e il prolungamento del Canale di Caluso sino alla Reale Mandria di Chivasso, favorirono un notevole aumento della resa dei terreni e la lievitazione della popolazione. Il fenomeno fu registrato nelle tabelle redatte dalla Reale Intendenza di Finanza della Provincia di Ivrea a proposito della Gabella del Sale e nei registri parrocchiali, tanto che nel decennio tra il 1770 e il 1780 la popolazione del Comune raddoppiò raggiungendo più di 3000 persone.
A causa della Rivoluzione Francese e dell’arrivo di Napoleone, alla fine del XVIII secolo nel regno di Sardegna i vincoli feudali si allentarono notevolmente, tanto da scomparire. Nel caso di Tonengo tali vincoli erano simbolicamente rappresentati dai castaldi dei conti Valperga che percorrendo la Via Castone si recavano nella borgata a esigere balzelli e ad imporre roide gratuite. Nel 1792 con l’avvento del Governo Provvisorio a Torino, la situazione mutò completamente: quelli che erano braccianti a giornata, acquistando a prezzo politico gli appezzamenti irrigui facenti parte del tenimento reale della Mandria, divennero proprietari terrieri e mutarono in meglio il loro status sociale e le loro possibilità economiche.
L’ arrivo di una massiccia ondata migratoria e la migliorata situazione permise la costruzione a Tonengo di altre case, unendo tra loro le cascine isolate, purtroppo però senza alcun disegno urbanistico coerente, con la conseguenza che l’abitato assunse la conformazione di paese-strada, già allora decisamente incongrua per un centro di queste dimensioni. Contemporaneamente, forse anche a seguito dei nuovi tempi, oltre a godere di un discreto rinnovamento sociale ed economico, i tonenghesi si preoccuparono dell’ elevazione culturale delle future generazioni, stipulando una convenzione con il sacerdote che curava l’assistenza religiosa degli abitanti della borgata per istituire a loro spese una scuola che provvedesse all’istruzione dei giovani.
Nello stesso periodo la distanza dai servizi essenziali, l’aumento della popolazione, nonché l’indole degli abitanti di Tonengo, non raffrontabile a quella canavesana, accompagnata all’incapacità dei maggiorenti del Comune di comprendere le esigenze del nuovo centro che si stava consolidando, iniziarono a dare luogo a sentimenti di insofferenza verso Mazzè.
Dopo anni di lotte, nel 1832, l’allora cappella di Tonengo titolata ai santi Francesco ed Antonio fu elevata dal vescovo di Ivrea a parrocchia autonoma. Terminati i festeggiamenti, le persone più avvedute del paese si riproposero immediatamente di costruire una chiesa in grado di espletare le funzioni tanto faticosamente acquisite, anche perché nel frattempo erano sorte controversie sulla suddivisione delle competenze e delle proprietà con quella più antica. La questione era indubbiamente delicata perché l’Amministrazione comunale del tempo, anche se stanziò un contributo di 2.000 lire, non vedeva però di buon occhio l’iniziativa, interpretandola come il prodromo del tentativo di creare un comune autonomo.
Ad ogni buon conto nell’arco di qualche anno furono raccolti fondi sufficienti e si incaricarono professionisti della redazione del progetto di una nuova chiesa, scegliendo infine quello redatto dall’ architetto Clerico, principalmente perché prevedeva la spesa di sole 12.000 lire. I lavori, iniziati nel 1857, terminarono nel 1861, dando luogo alla costruzione di un tempio a croce latina che ha il merito di rappresentare degnamente la comunità di intenti che a quel tempo gli abitanti di Tonengo riuscirono ad esprimere, sentimento presente ancora oggi.
All’interno della chiesa, poi titolata al solo san Francesco d’ Assisi, si possono ammirare opere di discreta fattura dei pittori ottocenteschi Agostino Visetti e Francesco Salvetti, nonché lavori dello scultore Giovanni Cappone. Di buona fattura l’organo a canne della ditta Vigezzi, restaurato recentemente. A destra dell’entrata principale è collocata una statua di san Rocco, mentre quella raffigurante san Francesco è collocata in una nicchia laterale.
Il 5 dicembre 1899 si assistette purtroppo a Tonengo ad un gravissimo fatto di sangue: il signor Carlo Cuccatto, sindaco del Comune di Mazzè, fu proditoriamente ucciso da un balordo a causa di futili motivi. La cronaca del misfatto è ancor viva nella borgata, tanto che nel 1999, in occasione del centenario del delitto, i pronipoti hanno fatto apporre una seconda lapide a ricordo del loro parente (3).
A distanza di quasi un secolo dalla nascita dei primi sintomi di insofferenza verso il capoluogo, nei primi decenni del XX secolo il sentimento raggiunse dimensioni tali da indurre la popolazione di Tonengo a finanziare la costruzione di un palazzotto da adibire a municipio dell’auspicato nuovo comune . Pur non condividendo le affermazioni a nostro parere eccessive del Solero, che nel suo manoscritto quasi configura un regime coloniale imposto dal capoluogo nei confronti delle frazioni, crediamo che sul fenomeno sia necessaria una riflessione.
Da una prima analisi della situazione balza subito agli occhi quanta scarsa coesione esistesse tra le due comunità, anche comprovata dai pochissimi matrimoni misti avvenuti nel tempo, il che è certamente sintomo di una situazione sociale molto precaria. A conseguenza di ciò nel 1945, al momento della restaurazione democratica, il Comune di Mazzè dovette adottare un singolare sistema elettorale per effetto del quale, nelle elezioni amministrative, i quattro centri di Mazzè, Tonengo, Casale e Barengo votavano proprie liste separate, quasi fossero comuni diversi.
L’indole degli abitanti, il ricordo dei balzelli e delle roide imposte dai conti Valperga, e per certi versi anche il diverso tessuto socio-economico, conseguente al fatto che l’ economia di Mazzè era in parte legata ai servizi prestati alle famiglie di nobili e borghesi abitanti in paese, mentre nelle frazioni era prettamente agricola, innescarono una miscela che fortunatamente non deflagrò, limitandosi a espressioni di gravità limitata. Appare quindi evidente che Tonengo, data la consistenza raggiunta ed al fine di evitare conflitti, avrebbe dovuto godere di una larga autonomia, rendendo possibile uno sviluppo autonomo dal capoluogo, cosa che però non avvenne, tanto che la diatriba è continuata sino a tempi recenti.
Nel 1919, al termine della Prima Guerra Mondiale, buona parte dei rimanenti terreni della Tenuta Reale della Mandria, ospitante durante il conflitto prima un campo d’aviazione militare e poi dei baraccamenti destinati ad accogliere i soldati polacchi che intendevano aderire all’Esercito Nazionale Polacco, furono lottizzati e in gran parte acquistati dai tonenghesi, ben felici dell’opportunità di accrescere i loro poderi.
Anche se con l’avvento dell’industrializzazione molte divergenze sono state appianate o perlomeno dimenticate, è senz’altro possibile che una più accentuata forma di autonomia avrebbe favorito, magari scoprendo che esistevano più interessi comuni di quanto si poteva credere, una maggior coesione tra Mazzè e Tonengo. Soprattutto non obbligando le Amministrazioni comunali succedutesi ad una estenuante opera di mediazione tra le esigenze delle due comunità, favorendo così una miglior convivenza e uno sviluppo sociale più armonico e consistente.
Attualmente Tonengo, congiuntamente a Casale, possiede una popolazione di più di 2000 persone, senz’altro più numerosa di quella del capoluogo e pare aver subìto in misura minore del centro più antico le conseguenze del processo di deindustrializzazione in atto in Canavese. Il relativamente nuovo centro possiede una discreta dinamica economica, tanto da far sperare che in futuro possa diventare il motore dell’ economia locale.
Tra le personalità nate a Tonengo è doveroso ricordare, oltre al già citato Carlo Cuccatto, padre Vincenzo Martino Bruno, missionario dell’ordine degli Oblati e il suo confratello padre Giovanni Tione. Molto rilievo ha la figura del padre Barnabita Pietro Monte, nato a Tonengo nel 1823 e morto a Livorno nell’anno 1888, scienziato di fama nazionale, tanto da essere considerato uno dei fondatori della meteorologia italiana. A Pietro Monte (4) si deve l’istituzione dell’asilo per l’infanzia a lui intitolato grazie alla donazione alla comunità di Tonengo di beni di proprietà della famiglia.

 

 

Casale

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Casale origina nel sito dove la Via Prelle (5) si dirama dalla Via Rondissone ed è considerato socialmente ed economicamente unito a Tonengo, ma a parte la continuità territoriale i due centri non hanno nulla in comune perché le origini di Casale sono nettamente diverse e molto più antiche.
Per comprendere in quale modo sia sorto Casale, occorre ricordare che in antico esisteva la via militare romana tardo imperiale Quadrata – Eporedia e che il suo tracciato seguiva pressappoco quello della strada provinciale proveniente da Rondissone sino a san Pietro. Oltre, secondo la versione più accreditata, l’itinerario scendeva nel vallone della Dora Baltea procedendo lungo il piede della scarpata parallelamente al fiume. Giunta al guado (7) dirigeva verso Mattiacum, allora situata nei pressi della chiesetta dei santi Lorenzo e Giobbe. Successivamente, seguendo il tracciato della attuale strada della Benna, superava le colline moreniche ed entrava nella pianura dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea al Marmarolo, dirigendo poi verso Eporedia. E’ anche possibile ipotizzare che la via militare costeggiasse per un buon tratto il corso della Dora Baltea per rendere possibile il traino delle chiatte che risalivano la corrente, ma una simile necessità avrebbe richiesto la costruzione di una strada rivierasca già nel II secolo d.C. e l’eventualità non pare proponibile.
Sino a tempi recenti era convincimento generale che il tratto della via militare tra Mazzè e Quadrata (mappa in versione originale) avesse cessato di esistere nel VI secolo d.C. a seguito della distruzione di questa mansione. Ma evidentemente le cose andarono altrimenti e il collegamento continuò ad esistere anche se in forma ridotta in quanto sul tracciato nacquero paesi fondati da popolazioni di origine barbarica quali poi sedi di pievanie.
Ma pur ammettendo che in antico esistessero collegamenti locali tra san Pietro, Mattiacum e il guado sulla Dora Baltea, la notizia, confermata dal sig. Andrea Monti all’epoca vicesindaco di Mazzè, recitante che al tempo della costruzione della fognatura comunale vennero alla luce in via Rondissone i resti di una strada basolata, rende corretto ipotizzare un’ alternativa all’andamento comunemente accettato della via militare. Ovvero che la strada giunta a san Pietro non svoltasse verso la Dora Baltea, ma raggiungesse il sito dove in futuro sorgerà Casale, incrociando la strada proveniente dal guado sulla Dora Baltea opportunamente restaurata, come dimostra il tratto rettilineo venuto alla luce in regione Resia.
In ogni caso nella prima metà del XIII secolo, epoca dell’infeudamento ai Valperga da parte dell’imperatore Federico II di Svevia, del borgo di Mazzè e di un buon tratto della Dora Baltea, quasi contemporaneamente il marchese di Monferrato attribuì a loro il feudo di Rondissone. La mutata situazione rese quindi necessario prolungare l’antica via militare sino a Mazzè, trasferitosi da secoli dalla piana alluvionale alla sommità della collina di san Michele. Nel contempo con la costruzione del ponte Copacij , l’attraversamento del fiume avveniva ormai a monte di Casale, cosicché la via che andava al guado sulla Dora Baltea andò lentamente in disuso, costringendo il paese a svilupparsi con la fisionomia di paese strada, più utile a garantire i collegamenti tra Mazzè e Rondissone che a soddisfare le necessità locali.
E quindi probabile che il primo nucleo di Casale risalga a quando la romana san Pietro andò distrutta costringendo parte dei superstiti ad installarsi in un luogo già noto, dove forse esistevano ancora tracce (6) dei lavaggi auriferi di Bose. Nel suo scritto, già varie volte citato, don Solero propone la tesi che forse alcuni sopravissuti si siano diretti anche verso Rondissone, contribuendo alla sua fondazione, ma però, pur non potendo escluderlo, considerata l’ origine germanica del toponimo, l’ipotesi pare poco plausibile.
Gli abitanti di Casale non fondarono cappelle o chiese. La parrocchia di Mattiacum titolata a san Lorenzo, mantenutasi in funzione sino al 1349 era facilmente raggiungibile, il che rendeva inutile la presenza di una nuova chiesa. Successivamente questa funzione fu svolta dalla parrocchia foranea di santa Maria, e dopo dalla parrocchiale di Mazzè. Nel 1832, al momento della creazione della parrocchia di Tonengo, gli abitanti di Casale optarono per questa, più vicina e comoda e meno legata a ricordi feudali, iniziando quella simbiosi con Tonengo che prosegue ancora oggi .
Attualmente l’unico edificio religioso di qualche consistenza esistente a Casale è la cosiddetta cappella “del bigot” (8), un edificio di proprietà privata sito in Via Rondissone all’inizio dell’ espansione urbana moderna chiamata un po’ pomposamente “Torino Nuovo”. Ad ogni buon conto nella mappa dell’anno 1576, già citata nel caso di Tonengo, è già documentata l’esistenza di Casale, comprovata anche da una illustrazione contemporanea.
Nella sua opera Francesco Mondino ricorda la tradizione degli abitanti di Casale, che li vuole originari dell’antico centro romano attorniante san Lorenzo, abbandonato a causa di pestilenze o di altre calamità. Pur non potendolo escludere del tutto un simile evento, è documentato che nell’anno 1349 l’abitato di Mattiacum era già stato abbandonato da molto tempo e gli abitanti “ si sono trasferiti nel paese di Mazzè in un momento di cui si è perso il ricordo “ (9), questa tradizione dovrebbe riferirsi ad una origine diversa che non è difficile individuare in san Pietro. E’ molto probabile che i casalesi, avendo dimenticato l’esistenza dell’antica strada militare, col tempo abbiano adottato una versione che recitava del loro arrivo da san Lorenzo, perché era stata la loro parrocchia e più vicina al paese moderno. Ad ogni buon conto, per un verso o l’altro, questa leggenda riconferma un origine di Casale nettamente più antica di quella di Tonengo.
Da ricordare la figura di Giovanni Decanton, storico aderente al movimento socialista, tanto da creare presso la sua abitazione una sezione del partito, poi distrutta nel 1924 nel corso della repressione instaurata dal regime fascista.

 

 

 

Barengo

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Il nome Barengo compare saltuariamente in tutto il Canavese ed a Mazzè è segnalato per la prima volta in un “consignamento” (10) del XVI secolo, per cui è probabile che la borgata sia nata in questo periodo. E’ inoltre documentata la presenza di un messer Stefano Barengo in una seduta del Consiglio Generale della Comunità di Mazzè, organismo formato da tutti i capi famiglia del paese , tenutasi nel 1688. Il fatto che Stefano Barengo sia l’unico dei presenti ad essere detto messere, fa presumere che non fosse un contadino, ma un commerciante o un militare.
E’ presumibile che agli inizi del XVII secolo i conti Valperga, abbiano deciso nell’ambito delle riqualificazioni fondiarie che avvenivano in quel periodo nel basso Canavese, di mettere a coltura la zona sulla quale esisteva un tempo Speratono, località deserta dopo le distruzioni avvenute durante le guerre del XIV secolo. Non si conosce il motivo per cui vennero chiamati a ripopolare quest’area delle famiglie forse provenienti dal novarese (11), ma è possibile che la procedura di colonizzazione sia stata simile a quella avvenuta a Tonengo. Per quanto riguarda l’etimologia del nome, certamente di origine longobarda, si può ripetere quanto affermato nel caso di dell’altra frazione, ovvero che non è significativa ai fini dell’antichità del paese. Oggi Barengo conta circa 300 abitanti, molto probabilmente destinati ad aumentare a motivo della sua bella posizione.
Come detto non si conosce l’esatta epoca di fondazione di Barengo, ma rileggendo quanto scritto da don Carlo Rolfo, eclettico sacerdote originario della borgata, a suo tempo parroco di Piverone, s’intuisce chiaramente quale metamorfosi abbia subìto il paese nel corso degli anni.
“Le cascine Motta, Palantina e Cascina Nuova erano dirette da un fattore, il quale aveva alle dipendenze una guardia campestre abitante in una casetta ove attualmente esiste la cascina Rivetto. In questi cascinali i conti di san Martino di san Germano prima e di san Marzano poi allevavano numeroso bestiame con ben avviate industrie di trasformazione del latte, mentre i paesani erano braccianti a giornata malamente retribuiti. Nella cascina Motta, sino all’inizio del XX secolo, esisteva una filanda di seta in cui lavoravano operai sia locali che forestieri. La forza motrice della filanda era garantita da un salto d’acqua prodotto da una diramazione della Roggia di Mazzè, la stessa che sin dal 1768 contribuiva a irrigare le coltivazioni della valle della Motta”.
Come si può dedurre dalla lettura dello scritto di don Rolfo, quella di Barengo fu l’area del comune in cui i latifondi si mantennero in vita più a lungo, tanto che occorre giungere sino alla fine del XIX secolo perché si notino gli inizi della loro scomparsa. Fenomeno che naturalmente si ripercosse sulla stessa struttura della società locale, provocando il lento abbandono di forme di vita non più coerenti con i tempi. All’inizio del XX secolo nobili e borghesi delle città, comprendendo che la gestione di grandi tenimenti agricoli era divenuta poco economica e che il futuro era l’industria e non l’agricoltura, iniziarono a dismettere le loro proprietà terriere per ricavare i capitali da investire nel nuovo settore. Il conte san Martino di san Marzano non sfuggì alla regola e decise di vendere le cascine di Barengo, favorendone l’acquisto da parte della popolazione locale, trasformandola così in piccoli proprietari terrieri. Mutando lo status sociale e aumentata la resa dei terreni, si accrebbe la capacità economica della popolazione rendendo possibile migliorare le condizioni di vita, ma introducendo una consuetudine che tendeva a trasmettere nella famiglia la proprietà della terra senza frazionarla, il che precludeva ogni possibilità di evoluzione in senso moderno.
Come detto quasi sicuramente il nucleo originario di Barengo sorse alla fine del XVI secolo o all’inizio del successivo nell’ambito delle riqualificazioni fondiarie già descritte per l’altra frazione, congiuntamente alla cappella dedicata ai santi Orso e Barnaba. Nel 1729 la chiesetta fu restaurata ed ampliata a spese dei borghigiani, tanto che nel 1828 don Salvetti, parroco di Mazzè, poteva scrivere “La chiesa di Barengo è di forma antica, quadrata, con pavimento lastricato in mattoni mediocremente sani e uguali. I muri sono ben regolari e il tetto, a forma di vela, è ben riparato”.
Nel 1885, per merito di una convenzione tra don Gaietti, parroco di Mazzè, ed i capifamiglia di Barengo, la chiesa originaria fu demolita e sostituita da un nuovo edificio dotato di campanile. L’unica parte del vecchio tempio ancora oggi esistente è il vano oggi usato come sagrestia. Altri abbellimenti furono eseguiti alla fine della seconda guerra mondiale, quali la costruzione della cantoria e le pitture opera del Comoglio, artista locale di buon nome. Non è chiaro se la chiesa dei santi Orso e Barnaba abbia mai avuto un cappellano fisso, forse alcuni sacerdoti vi prestarono servizio alla fine della loro carriera perché originari del posto, ma in genere le funzioni religiose vennero sempre officiate dai parroci di Mazzè.
Quali personalità originarie di Barengo si può citare il prof. Antonio Barengo, docente al liceo di Ivrea e sindaco di Mazzè nell’anno 1945, e l’avvocato Luigi Valle, personaggio citato dal Bertolotti vissuto tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo, probabilmente originario di Barengo. E’ possibile che l’avv. Valle fosse di sentimenti giacobini, tanto da svolgere le funzioni di notaio in epoca napoleonica, e forse fu il proprietario dell’ “Enciclopedia” stampata a Ginevra negli anni 1777- 1778 da Diderot e D’Alembert (12), ora custodita nella Biblioteca parrocchiale di Mazzè.

 

 

 

 

Note


1) Don Pietro Solero è stato cappellano militare e maggiore degli Alpini. Nato a Casale di Mazzè nel 1911 è morto all’ospedale militare di Torino nel 1973. Personaggio eclettico e ottimo fotografo di montagna, in gioventù si dedicò a ricerche archeologiche nella zona di san Pietro, scrivendo nel 1933 “Appunti sulla storia di Tonengo”, manoscritto purtroppo giunto a noi incompleto. Il documento è custodito dal C.A.I. di Rivarolo, al quale sono andate tutte le carte del Solero al momento della morte ed è stato pubblicato sul sito web www.mattiaca.it.


2) “ Questa borgata non aveva prima del 1600 alcun nome e il nome Tonengo non venne che verso il 1630, e in modo assai strano. Da Tonengo, paese situato sulle colline del Monferrato, credesi con giusta ragione essere venuto il nome del nostro paese”. Nel 1613 Augusto Manfredo Scaglia durante la Prima Guerra di Successione del Monferrato, capitanò le truppe savoiarde nell’assalto a Moncalvo. Forse per questo motivo il 6 giungo 1613 il padre di questi Gherardo Scaglia fu infeudato dal duca di Savoia Carlo Emanuele I di un dodicesimo del feudo di Mazzè, probabilmente alienato dai Valperga in difficoltà economica. Quota poi elevata dallo stesso duca a due dodicesimi il 4 febbraio 1625, al momento dell’infeudamento del figlio, nel frattempo divenuto anche marchese di Rondissone e Caluso . E’ quindi più che probabile che gli Scaglia abbiano fatto trasferire della loro gente originaria del Monferrato, verso le terre che intendevano porre a coltura a Mazzè e a Rondissone.


3) Dell’uccisione del sindaco Carlo Cuccatto esiste un chiaro ricordo in paese, tanto che è stato possibile ricostruire una cronaca del misfatto. Nei pressi del luogo dove avvenne il delitto ricordato da due lapidi commemorative, abitava un balordo chiamato popolarmente “Al Rat” il topo. Alla morte della madre il Rat, forse per non pagare le spese del funerale, decise di seppellirne la salma in cortile. Il sindaco Cuccatto, venuto a conoscenza dell’incredibile vicenda, convocò il balordo sia per metterlo davanti alle sue responsabilità che per redarguirlo per la scarsa pietà dimostrata nei confronti della madre. Il Rat, urtato dal rimprovero, la sera stessa tese un agguato al Cuccatto e lo uccise con un colpo del suo trombone caricato a chiodi. Successivamente il delinquente, diventato un bandito a tutti gli effetti, iniziò a scorrere il circondario compiendo ogni sorta di efferatezze. Dopo vario tempo i Carabinieri, venuti a conoscenza dove l’ambiguo personaggio si nascondeva, lo bloccarono, iniziando un conflitto a fuoco per catturarlo. La vicenda ebbe un epilogo tragico perché per stanarlo un carabiniere espose il suo cappello oltre il riparo in cui era rifugiato e il Rat, nel tentativo di colpirlo, si espose e fu freddato da un altro militare. La storia ebbe un seguito in quanto negli ultimi decenni del XX secolo, la casa del Rat fu demolita per far posto ad un nuovo edificio, e tra le macerie fu ritrovato un sacco contenente il frutto delle rapine del bandito. Purtroppo per gli scopritori il bottino era rappresentato da biglietti di banca ormai fuori corso.


4) Fabrizio Dassano – Pietro Monte, scienziato, insegnante e fondatore dell’Asilo di Tonengo.


5) Per Via Prelle si intende la strada che si diparte da Via Rondissone al centro di Casale e conduce alla località Prelle.


6) Nella sua opera il Solero afferma tra l’altro che “ Scavando alcuni anni or sono, cioè nel 1927, per fabbricare l’alveo del Canale nuovo presso il campo del sig. Solero Pietro, alla profondità di un metro e mezzo si rinvenne la bocca di un forno, alcuni focolari, e alcuni oggetti che sempre più attestano le affermazioni sopracitate ” . Tempo addietro durante lo scavo delle fondazioni per l’ampliamento della casa di Via Rondissone appartenente al geom. Giuseppe Eusebio si rinvenne la bocca di un forno alla stessa profondità detta dal Solero e apparentemente con le stesse caratteristiche.


7) Il basolato della strada romana che conduceva al guado sulla Dora Baltea fu uno dei primi ritrovamenti effettuati dall’ associazione F. Mondino, probabilmente facilitato dal fatto che il passaggio fu usato sino al momento della edificazione del ponte sulla provinciale, divenendo poi un comodo accesso al fiume per cavare sabbia. Come anche ricordato dall’Azario, sin dall’epoca celta questo guado fu l’unico passaggio sulla Dora Baltea tra Ivrea ed il Po, da qui la sua importanza. Ricordando che fino alla costruzione dello sbarramento gestito dal Consorzio Irriguo di Chivasso il fiume si sdoppiava in due rami creando un isolotto, è possibile che in epoca romana la struttura del guado sia anche servita d’attracco per i natanti che navigavano verso Eporedia o Industria. A causa del deposito di materiale favorito dallo sbarramento a valle, all’epoca della costruzione della strada militare il corso della Dora Baltea doveva essere più basso dell’attuale, e sfortunatamente non è possibile verificare se nel greto del fiume fu costruita una qualche pavimentazione per favorire il passaggio. Recentemente si è potuto chiarire che sulla riva opposta della Dora Baltea esisteva una strada, ora in disuso, che conduceva al guado chiamata “Strada comunale del Valpergando”. Poiché per Valpergato si intendevano le terre soggette ai Valperga, è facile dedurre che quella strada, guadato il fiume, conducesse a Mazzè, loro possedimento.

 

8) Nei primi anni del XX secolo la famiglia proprietaria dello spiazzo su cui ora sorge la cappella dal Bigot fu colpita da una immane sciagura: i tre figli della coppia morirono in giovane età a causa di un avvelenamento creduto in primo tempo provocato da funghi, e poi successivamente attribuito alla padella di rame nella quale erano stato cotti. La madre, sconvolta dal dolore, fece allora voto alla Vergine che se, anche se non più in età (aveva 42 anni) avesse potuto ancora avere un figlio, avrebbe fatto edificare a sue spese una cappella. Fortunatamente il desiderio della sfortunata madre si realizzò e grazie alla vendita di una giornata di terreno, la cappella fu edificata assumendo poi la denominazione “del Bigot”a causa delle pie incombenze a cui si assoggettò il nascituro durante la sua vita.


9) Nel 1349 la chiesa di san Lorenzo, già citata in un documento del 1238, venne unita provvisoriamente a quella di san Gervasio, a motivo che era “dirupta” (diroccata) ed il sito era ormai disabitato perché “iam dudum propter guerrarum pericola”(così ridotto a causa dei pericoli della guerra) e i parrocchiani “se trastulerunt in villa Mazadii ab eo tempore euius memoria non esistit” (si trasferirono nel paese di Mazzè in un tempo di cui non esiste più memoria) tanto che le rendite della chiesa erano “tenues et exilles” (tenui ed esili), non più sufficienti al mantenimento di un rettore.


10) Il consignamento era una sorta denunzia a scopi fiscali dei beni posseduti dei vari particolari residenti nel feudo. Il consignamento veniva eseguito in date prestabilite oppure al subentro di un nuovo signore.


11) Nella provincia di Novara esiste l’antico borgo di Barengo, nel medioevo di proprietà dei conti di Pombia, stirpe di origine anscarica forse lontanamente affine a quella dei conti Valperga. Presumibilmente questo è il luogo da cui provengono le famiglie dotate di questo cognome. A titolo di testimonianza tra la gente di Barengo esiste una tradizione che indica i loro antenati come provenienti da Rondissone, ipotesi avvalorata anche dalla conferma avutane da una persona con lo stesso cognome residente a Tonengo.


12) L’ Enciclopedia (Dizionario delle scienze, delle arti e dei mestieri) di Denis Diderot (1713 – 1784) e Jean Le Rond D’Alembert (1714 – 1783) conservata nella biblioteca della canonica della parrocchia di Mazzè è l’edizione stampata a Ginevra nel 1777-1778. In origine era composta da 39 volumi, ma purtroppo alcuni sono andati persi. Al tempo aveva un costo di 372 Lire, una somma che avrebbe reso possibile ad una famiglia di quattro persone vivere dignitosamente per sei mesi.

 

 

 

Notizie tratte dal libro di Livio Barengo “ Mazzè, la porta del Canavese”